PALERMO: SCOPRIRE E FERMARSI.

Qui, il caffè più buono della città.

Wimpy Bar, un bar piccolissimo appena dietro il teatro Massimo. Io, l’ho scoperto per caso, passando di lì ncuriosita da un via vai di gente. Entrando al Wimpy Bar, hai subito la sensazione che la macchina del tempo ti abbia portato a fare un giro negli anni 70. Persino l’aria è di quegli anni. Un bar senza sedute, dove tutto è storico. Il banco piccolo e tutto in acciaio, la carta da parati a righe verticali, le bottiglie dei vecchi liquori – stanno lì e basta senza un perché, alcune consumate altre ancora con il sigillo, perché se chiedi ad Umberto uno spritz ti risponde che non lo fa. Qui solo caffè. Fiero di fare solo caffè-, le tazzine di una volta, la zuccheriera in acciaio, la macchina del caffè di cui Umberto si prende cura da circa 40 anni. Umberto è il volto del Wimpy Bar. Lui, dentro l’aria di chi è stanco ma fiero di stare qui, dentro la sua camicia sempre bianca. È nato e cresciuto all’ Olivella e in questa caffetteria ha investito il suo tempo. Ogni giorno la stessa passione e dedizione. È una persona adulta che sfodera la sua personalità eccentrica tra garbo e umorismo. Un vero Palermitano. Ti intrattiene al banco e tu per un attimo ti dimentichi che non ti puoi sedere. Lui qui fa il caffè e fa anche il sale.

Direte “in che senso?”.

Un giorno mi ha spiegato che senza il sale non si può fare il caffè. Una volta a settimana fa il sale per sua macchina- è così che se ne prende cura-. Solo così il caffè è sempre lo stesso, come quella di una volta.

LA SANTUZZA.

Non sono nata a Palermo, ci vivo da due anni eppure amo questa città come fosse ieri, no scusate, più di ieri. Non frequento le chiese, non credo ai libri sacri, non mi piace l’estremismo di qualsiasi religione. Credere penso sia una conseguenza dello stato emotivo di ognuno di Noi e, di quello che abbiamo scelto di vivere dentro una personalissima trasformazione che segue la genetica e l’educazione alla vita. Credere vuol dire essere liberi di affidarsi a tutto quello che pensiamo possa salvarci dalla realtà e,a volte anche dalla verità. Quindi, ad ognuno di Noi il proprio Credo. Ma c’è qualcosa che può superare appartenenze radicate dentro il nostro libero pensiero?Ogni preconcetto e che per questo possa essere meritevole della nostra attenzione? La risposta è sì.

Ho capito che qui a Palermo,- storia, tradizione, bellezza fatta di luce ed ombre- c’è qualcosa che valga tutto questo. Come un dovere emotivo per chiunque abbia scelto di vivere questa città.

Palermo non esiste senza Lei.

La sua parte più recondita, la sua continuazione. Santa Rosalia.

Lontano dal mio Credo, ho ritrovato questa consapevolezza, dentro radici profondissime di un Rito straordinario chiamato il “Festino della Santuzza”.

Rosalia, la Santuzza che -con la sua storia, poco importa se tra realtà e leggende popolari, un nome, un volto- a mio parere dovrebbe riunire Tutti. Palermitani e non, fedeli, atei o chi ha scelto di affidarsi ad un’altra religione dentro il proprio Credo. Ho imparato che, qui, a Palermo, Santa Rosalia è molto di più di una salvatrice. A lei i palermitani si affidano ogni giorno. Gente che non sa perché non ha conosciuto abbastanza, che sfida ogni giorno le difficoltà di questa città, che ignora tutto quello che c’è al di fuori dei loro quartieri, che si accontenta di quel poco e ogni giorno è sempre uguale, che la disprezza ma che poi se ne prende cura. Tutta quella gente che attende il 14 luglio come chi non sa rinunciare alla bellezza, con tutto l’amore che ha e che, riesce a commuoversi sempre dentro l’attimo di quella frase a voce alta: “Viva Palermo e Santa Rosalia”.

Devozione.

Attraversare il Festino significa riconoscere dentro questa grande Festa, l’attaccamento viscerale alla città, a colei che l’ha salvata e che continua a farlo ancora oggi.

Credo che il Festino debba essere di Tutti. Tutti quelli che scelgono di attraversarlo- a prescindere- per respirare l’essenza di questa notte magica.

Palermo di pollanche, sogni, lampioni gialli, babbaluci, fuochi d’artificio e cuori come tamburi.

Andate, correte, non avete scuse – non credo ai Santi-, non è ammesso lo snobismo- , Palermo è ora, questa notte sarà per sempre.

CHIEDILO AL MARE.

Educo la mia sensibilità, incantata dalla magnificenza del mare. Mi piace pensare che a ritmo delle onde intoniamo quello del nostro cuore. L’ odore salmastro è sostanza stupefacente. La luce riflessa è foriera di sogni. Qualche volta ci accontentiamo di toccarlo con le mani, la faccia e i piedi, altre volte ci immergiamo quasi desiderando che si faccia carne. Quasi come sentire il bisogno di una quotidiana intimità con il mare. Ogni giorno il mare sa ricordarci L’ audacia degli eroi, la grazia delle dee, le preghiere dei marinai. Il mare è per me il posto dove liberare l’irrequietezza e trovare il coraggio di scegliere, sempre. Diventa il mio atlante emozionale da percorre con la memoria olfattiva oltre che con l’immaginazione.

Chiedilo al mare.

FAVIGNANA, OGNI VOLTA CHE TI VENGO A CERCARE.

Diario di bordo, 21.06.2019.

Ho scritto dei miei giorni qui, sull’ isola. Scrivere è piena libertà. Dare voce a tutto quello che viviamo. Nel mio caso dare voce a quel viaggio che vuoi fare da sola, ma che se non lo racconti ti pare spezzato. E alloro scrivo tutto, ed è l’unico modo per continuare a viaggiare sentendomi intera, perché il pezzo mancante sta dall’altra parte, di chi ascolta, di chi legge e di chi ci crede sempre.

Giorno1

Per arrivare fin qui, ho corso. Ho perso la mia sveglia, alle 6 del mattino. Mi piace fare tutto con calma e anticipare il tempo ma, questa volta mi ha fregata. Mi sveglio tardi, guardo l’ora, “non è troppo tardi”, mi ripeto. Mi vesto, raccolgo le mie cose, scendo giù e cerco la strada da percorrerePalermo sei già calda e affollata nel tuo pieno tram-tram alle 7.40. Confido nella speranza. Anche a passo svelto non avrei mai raggiunto la stazione degli autobus in tempo. Vedo una macchina, piccola, bianca con i segni del tempo addosso. Alla guida, scorgo il viso di una donna. Capelli grigi e raccolti. Alzo una mano, si ferma. Faccio il gesto di abbassare giù il finestrino, mi apre lo sportello. Come se mi stesse già dicendo sali su, senza neppure voler conoscere il mio perché, come se avesse già detto di SÌ. Velocemente farfuglio parole, le dico che non posso perdere il bus per casa, ho una coincidenza per raggiungere un’ isola. Avrei voluto dire, posso? Non mi fa finire e mi dice salta su. Grazie , Laura. Se non ti avessi incontrata mi sarei persa le ore più belle di questo posto magico. Ore 10.30. Aliscafo, posto finestrino per non perdersi nulla. Il posto che preferisco. Arrivata. Come se mi stesse aspettando, apre le braccia e mi fa emozionare. Ancora tu, ancora noi. Questa volta resto. Voglio viverti, lasciarti un po di me e tu, dammi la mano.

All’arrivo sento nell’aria l’energia del sole, il calore degli isolani, le barche, gli odori, tutto è così familiare e sorprendente.

C’è Nino ad aspettarmi. Un ragazzo alto, incarnato scuro – qui hanno tutti la pelle di chi non può sottrarsi al sole- con premura mi accoglie e dopo poca strada dal porto siamo già a Casa. Prima di andare via mi porge una cartina dell’Isola e mi indica il mare che devo bere perché oggi, tira maestrale quindi meglio stare da qui a qui. Mi regala una bici, bianca e ruggine.

La mia libertà in questi giorni. Da punta lunga fino a cala azzurra ho abbracciato tutto. Il vento, tutto quel verde attorno, il calore dell’asfalto, la gratitudine per una giornata perfetta, cielo di zucchero, strade sterrate, le agave, il mare e le sue mille sfumature, radici, il tramonto, incontri che diventano scambio e condivisione. Giuseppe, Daniela ,Guido, Mirko, Dario. Questi ragazzi vivono l’isola da sempre e non se ne andranno mai. Chi l’ha fatto poi c’è tornato, chi non c’era nato invece L’ha scelta. Tutti grati alla bellezza che sa meravigliarci, che sa arrivare dritto. Gratitudine per il vuoto che l’isola ti mette davanti, spazi infiniti e il cuore in pace. Qui, non si scappa, ci si rifugia. Pesare il cuore con entrambe le mani e, capire che le distanze non contano. Sono sola e sempre con te.

Giorno 2.

L’ isola accoglie e ti trascina in una dimensione tutta nuova. Morfeo viene a prenderti presto e allo stesso modo il risveglio è sorprendente davanti a così tanta bellezza che ogni minuto senza risulta sprecato. E allora punto la sveglia ma mi alzo prima. Mi avvicino alla porta per sentire che cos’è. L’ avevan detto tutti, oggi scirocco. Ho capito che quando soffia lui per gli abitanti non è bella notizia. Il mare si riempie di meduse, chi va a pesca deve farlo sotto costa perché a mare aperto è tutto molto più difficile, chi resta in paese soffre e maledice “stu caspita ri scirocco”. Quando arriva quel vento caldo, bisogna puntare in alto a destra. Cala rossa e bue Marino. Farò l’ultimo bagno li oggi, promesso. Ma prima devo salpare sulla barca di Luigi, detto Ulisse, uno dei pescatori più popolari di Favignana.

Senza conoscerlo lo riconosco.

Davanti al molo, il sole batte caldo, gli aliscafi continuano le loro corse, sulle barche piccole gli uomini più coraggiosi continuano a cucire le loro reti, mentre quelle su quelle più grandi ci si prepara a fare il giro dell’isola. Siamo poco più di venti persone. Molti sono americani e penso che un mare così non lo vedranno di nuovo domani. Poi ci sono due ragazze di Milano, Silvia e Silvia. Così diverse così amiche. Sono grate per questo sole e riconoscenti davanti così tanta bellezza. Questi colori sono davvero una visione superlativa. Scelgo il mio posto, il mio angolo di felicità da cui godere durante la navigazione. Tra bianco e blu, il cuore rimbalza. Non lo tengo. Spalanco gli occhi e non mi perdo nulla. Spalanco il cuore e penso che questa è la vacanza perfetta e tu, non sei qui con me. Quasi una dipendenza tacita, viscerale che ti fa dimenticare da dove vieni. Non manca nulla e penso a tutte quelle isole che vorrei incontrare e vivere spostandomi da un mare all’ altro. Luigi è L’ anima di questa giornata. Lo accompagnano suo cugino Pietro e la sorella Maria.

Quando si avvicina lo interrogo. Un paio di domande e io ascolto le sue risposte come una bambina. Incantata dalle sue espressioni, dai suoi occhi che raccontano senza volerlo e dalla sua voce graffiata da giorni interi in mare. Prendo il suo racconto, lo faccio mio, gli scatto una foto e la posto. Qui sopra è tutto così intenso. Quasi una rivelazione quotidiana della parte più intima di ognuno di noi. Voli e non sai come. Dentro e fuori dall’acqua. L’ ho chiamata “geografia liquida”. Tutto quel sentire che ti lascia senza respiro. Appartenenze consapevoli, spazi infiniti e il cuore in pace. Ogni sosta in questo mare è uno spettacolo nuovo e bellissimo. Un giro in barca come un viaggio emotivo a cui non ci si può sottrarre. Quanti tuffi? Non saprei più contarli. Mare quanto sei mio? Sei il mio mare e non ti voglio lasciare. Il giro termina subito dopo Cala rossa, saluto tutti, stringo la mano a Luigi che mi aspetta domani per cucire le reti. Verrò, promesso.

A piedi verso casa, attraverso il paese e penso che non mi manca il caos nei bar, nei locali. No e già penso che Stasera dopo un altro tramonto, andrò a bere sul mare e poi tornerò a casa. Prima che il sole cali, prendo la bici- sempre bianca e con un po’ di ruggine in più- e faccio strada per quel posto segreto. Mi immergo ancora e li, ti penso forte. Acqua bellissima e gelida. Il sole è ancora tiepido. Mi asciugo. Torno a casa, una doccia, il tramonto mi attende. Spettinata come l’isola. Capelli umidi, negli occhi ritrovo il sole che ho bevuto oggi, la pelle piena di calore – a tratti brividi sottili di freddo- scelgo un jeans e non una t shirt a caso, ai piedi le mie ciabatte e di nuovo verso fuori. Ho raccolto una pietra oggi e l’ho messa in borsa. Ci scriverò su poche parole davanti quella linea arancione tra cielo e mare. Come le cose belle che stanno per arrivare attendo. Tra le mani una calice di vino, sono qui, da Costa, un posto bellissimo. Sta arrivando,mi godo questo momento dentro un silenzio quasi religioso, mentre esplode nel cielo. Pochi minuti, sono rimasta da sola e non me ne sono accorta. Come un colpo di fulmine, anzi no come un lancia che parte dalle mani di cupido, qui mi innamoro di ogni attimo che l’isola mi dona. Mi piace salutare le persone, come un gesto per lasciare un po’ della mia energia lì dove sono stata e dirsi “a domani”. Allora saluto, Guido,Mirko e Daniela, “Ciao ragazzi, Grazie”. Il ritorno è una pedalata forte, quasi una corsa eccitante per tutto quello che oggi mi sono andata a prendere. Prima di dormire, lo dirò allo scirocco che non ha smesso di soffiare, arriverà fino a lì e tu, lo saprai. Domani è già qui e io, sono già pronta.

Giorno 3.

Questa mattina lo scirocco è imponente, quasi dispettoso e irriverente. In bici giungere al bue Marino è stata una grande impresa, tra afa e scirocco.

Un paio di ore davanti al quel blu e dietro montagne di tufo a creare uno scenario invidiabile. Nella strada di ritorno ho visto che qui la natura non perde mai vigore in mezzo a tutto il resto. Le vigne, gli ulivi, le staccionate di pietra che segnano vaghi confini, le agave, il bestiame, l’odore dei pini, piante di oleandri ovunque, il bianco delle case. Sull’isola oggi sento un richiamo ed io vorrei essere proprio lì, Altrove. Il suo nome, intride ogni spazio e io mi sento per la prima volta sola. Oggi L’ isola mi ha regalato questo vuoto. Continuo a girare, mi muovo, andrò di nuovo al mare, nel mio posto segreto e ascolterò le onde. Oggi il mio terzo giorno, fino a qui, sei TU. Perdere il punto di contatto con tutto quello che è attorno e abbandonarsi. L’isola è anche questo. Fare spazio e capire cosa davvero conta. Trovo riparo, dentro l’abbraccio di un’amaca. Mi culla e snoda i miei pensieri fino a che dentro il suo movimento mi lascio completamente andare. Ho bisogno di uno scambio. Penso che Luigi sarà lì e allora prendo la bici e corro verso il porto. Da lontano scorgo la sua barca, Olimpia. Fermo la bici e finalmente lo vedo. Sono felice. A voce alta, dico: “EHI TU!”. Si volta e sorride. La sua voce, mi calma. Il suo essere libero e uomo di mare mi affascina. Cuce la sua rete con dedizione e amore.

È uno scambio puro. Non conosce il condizionale ma, posso assicurarvi che il suo modo semplice di dire, arriva e io mi emoziono davanti alla sua essenza. La pesca, le città che ha vissuto sulle navi cisterna, sua Madre, I suoi ricordi di quando l’isola era ancora sconosciuta, non c’era nulla e si viveva meglio. È uno spirito libero, a tratti selvaggio, non ha mai conosciuto l’amore. Molte donne, nessun amore. Mi dice che per lui amore è sapersi fidare nonostante tutto e viversi senza promesse. Mi dice che proprio qui dietro il molo ci sono due grotte. La grotta degli innamorati e quella azzurra. L’ ultima è piccola, intima e quando il sole si alza, il mare dentro luccica ed è uno spettacolo da non perdersi. Mentre lui parla io gli voglio già bene e quando penserò a questa vacanza, mi mancherà Favignana e anche lui. Mentre parla non smette di tirare su i fili di quella rete che sembra conoscere a memoria. Gli ho detto sai Luigi, oggi mi sono sentita un po’ sola, ho provato un po’ di nostalgia. Fare i conti e pesare un cuore è sempre molto semplice, ancora di più qui, lontano da tutto e tutti. Si ferma , posa la rete a terra ed esclama “ma scusa perché non venivi qui stamattina e uscivi con noi!?” Con l’aria dispiaciuta. Aggiunge, domani vieni con me a buttare le reti e poi se faccio il giro dell’Isola esci con noi. Lo saluto ma sarei rimasta ancora un po’. Nessun impegno. Il mio appuntamento è il mio pezzo di mare in cui entrare anche con l’acqua gelida e dopo, il sole che si abbassa dietro il promontorio come a dirti “Vado via, ma torno”.

Giorno 4.
Oggi è l’ultimo giorno. Voglio godermi l’isola fino all’ultimo attimo. Ormai dentro questo viaggio, c’è anche Lui con me. Luigi o Ulisse. Ho ascoltato la sua storia e io lascio sempre il cuore aperto alle cose belle. Lui è una bella persona e io già gli voglio bene. I giri in barca sull’isola sono il suo “pane e olio” quotidiano e io, la sera prima mi ero promessa che l’avrei aiutato. Condividere la propria esperienza è una cosa semplice e così ho fatto. Cinque ragazzi accanto al mio tavolo ieri sera consumavano il loro spritz davanti il tramonto di punta lunga. In punta di piedi mi avvicino e, chiedo se posso interromperli per condividere con loro il mio giro in barca con Ulisse e che se non l’hanno ancora fatto, li invito a farlo come Dovere emotivo. Mi lasciano parlare, il mio entusiasmo e la mia energia li colpisce e la mattina seguente chiamano Ulisse e gli dicono stiamo arrivando. Squilla il mio telefono, mi chiama, la sua voce graffiata è felice e mi dice alle 10.30 si esce, ti aspetto.
Uscire mi ha fatto bene. Salire su, il mare davanti, spazio infinito, lo scirocco, mi ha snodato i pensieri. Su quel giro c’era una bella energia. Un giro intimo, io e Ulisse in mezzo alla complicità di 5 amici. Ognuno di loro un personaggio diverso. Abbiamo parlato, riso, giocato dentro uno scambio sottile e memorabile.
Per alcuni di loro è la prima volta, altri erano già stati sull’isola e, questo mi fa capire che chiunque arrivi e vada via poi ci torna sempre. Si torna sempre, qui. La partenza è vicina ed io non vorrei andare, un pizzico di nostalgia per tutte le cose belle che ho raccolto,per il senso di libertà, per le pedalate a cuore scalzo, per i tramonti ognuno sempre diverso, per il sale addosso, per il mio posto segreto, per i silenzi, per le cicale, per le consapevolezze, per tutti i vuoti, per il bianco, per i sorrisi di ritorno, per l’ora più bella, per il mio mare, per i pensieri, per ogni esplosione, per tutta quella meraviglia, per l’incanto, per gli incontri, per ogni luna, per tutto questo, grazie.
Saluto i ragazzi. A piedi faccio strada verso casa, è ancora presto e questo pomeriggio voglio viverlo appieno. Farò una doccia e poi non mi fermerò. Una passeggiata per il paese che da quando sono qui non ho ancora incontrato perché al rumore e al caos, ho preferito il silenzio della natura e i colori impenetrabili che il mare regala a qualsiasi ora. Un giro veloce, la mia curiosità davanti i banchi dell’artigianato e poi una bottiglia da condividere con il compagno di viaggio. Lui mi chiama Poeta, io lo chiamo zio e lui si incazza e io, rido. Oggi per scherzare prima di andare via gli dico, io porto la bottiglia. Tu tirabouchon e i calici☺️Arrivata al molo, lo trovo lì, con i suoi ricci bruciati dal sole e quel sorriso contagioso. Mi spiazza. Sulla panca, apribottiglie e due calici( li ha presi in prestito dal bar di fronte la banchina). Un mito. Beviamo, scatto una foto, parlare con lui è sempre bello, mi mancherà.
La sua genuinità e la sua semplicità mi danno conforto. Parliamo lingue diverse e facciamo discorsi bellissimi. Alla fine abbiamo anche mangiato insieme. Mi porta da suo cugino che fa la tagliata di tonno più buona dell’isola. Lo conoscono tutti qui, mi presenta un paio di amici, tra un bicchiere e l’altro ridiamo come adolescenti che stanno senza pensieri. Mi regala una serata, l’unica sull’isola, memorabile che porterò sempre con me come un souvenir. Ci salutiamo e io dentro quell’ abbraccio saluto anche l’isola. È un arrivederci, torno presto, non è una promessa e mentre lo dico i miei occhi si fanno pieni e , anche di questo sono felice. Commozione come emozione.
Torno a casa, ho il cuore pieno, mi stendo sul letto e rimando la doccia e i bagagli da rifare a domattina. Come ogni notte lascio la scaletta della porta finestra leggermente aperta, l’aria fresca entra e io mi tiro su le lenzuola bianche e profumate. L’ ultimo messaggio della giornata per te, poi la sveglia e mentre la punto sto già dormendo.

Giorno 5

Risveglio lento. Addosso quella sensazione che torna sempre puntuale davanti ad ogni partenza. Malinconia. Allora, scelgo la musica che mi terrà compagnia fino a che non avrò finito tutto. Doccia fredda, mi vesto. Svuoto ogni cassetto che avevo riempito con i miei vestiti. Jeans, t shirt, pantaloni, camicie. E mentre con cura maniacale ripongo tutto dentro il mio bagaglio, penso che avrei potuto lasciare tutto a casa. Sarebbe bastata la borsa del mare perché questa vacanza è stata solo mare e natura. Chili di roba inutile mai indossata perché qui sull’isola non c’è alcun fancy dress. Mi assicuro di aver preso tutto – poi qualcosa la dimentico sempre, anche solo un calzino, lo so – saluto la mia casa, accompagno la mia porta finestra blu mentre penso che ritornerò. Lascio zaino e bagaglio alla reception, salgo sulla mia bici – per ogni cosa che mi mancherà ho deciso di sottolinearlo con l’aggettivo possessivo – e, via giu per il paese. La strada fino alla rotonda ormai la conosco a memoria. Ogni fiore, ogni buca, ogni cancello, ogni odore. Poi la discesa accanto le mura bianche del carcere che mi fa incontrare ogni mattina il mare davanti la tonnara Florio. Tutto dritto e sono già in centro. Il rito della colazione, in piazza matrice. Il sole batte forte e il grecale all’ombra da sollievo. Cappuccino e cornetto, il mio abbraccio del mattino. Attorno un via vai di gente che risale al paese, chi scende per il mare, chi passeggia distratto con la busta del pane tra le mani, chi si incontra al tavolo di un bar. Mi prendo il mio tempo li. Tiro fuori dalla borsa le cartoline che scriverò qui. L’isola la mia musa, ogni cosa mi regala parole nuove. Mentre scrivo, come sottofondo, Il brusio delle voci di chi si affida ad incaute confidenze del mattino, il suono dei cucchiaini da caffè che intonano sulle tazzine una melodia sempre piacevole come a dire anche qui c’è vita, il rintocco della campane, quel pallone che fa goal sulle saracinesche ancora chiuse.

Scrivo, poche parole ma dirette e, sulla bocca quel sorriso che non mi lascia mai.

Chiedo ancora un caffè. Poi mi alzo e accompagno con passo lento la mia bici impugnando il manubrio che scotta, e scivolo per il corso principale, avanzando tra i passanti.

Respiro ancora un po’ la mia vacanza.

Ancora un paio di metri. Adesso posso mettermi sù e tornare a pedalare. È tutto sempre al proprio posto. Ogni giorno da quando sono sull’ isola mi sono affacciata qui davanti, con il cuore pieno per incontrare lui, Ulisse. Le barchette tirate, quelle in acqua- manca la sua, sarà già uscito per un nuovo giro -, il banco dei pescatori itineranti che “abbaniano” senza troppa invadenza le loro “occhiate”, i soliti volti davanti le banchine. Mi avvicino alla biglietteria. Favigana Trapani ore 14.05.

Vorrei sapere che ora è ma non ho l’orologio al polso. L’ ho lasciato in un posto sicuro – prenditi il tempo, lontano da noi- certa che qui non mi sarebbe servito. L’isola senza tenere il tempo.

Nino mi aspetta al borgo. Risalirò, lascerò la mia bici e poi lui mi

ccompagnerà in auto con i bagagli fino a qui.

Chiedo ad un passante che ora è. Le 12.10. Risalgo lentamente come chi non vuole andare via. Imbocco una stradina e senza un perché fermo la bici. Il rumore di quel cavalletto che non c’è la fa più. Guardo quel punto e mi siedo all’ ombra sul davanzale di una porta piccola che mi ricorda la mia infanzia, quando sedevo allo stesso modo al riparo dal caldo con quell’aria sul viso di chi ha trovato il proprio posto segreto. Cosa facevo li? Apparentemente nulla. In realtà osservavo immagini del mio passato, respiravo, vivevo. Sorrido ricordando l’ora in cui davanti a quelle porte, in un età prematura, costruivo il mio mercato sulla mia bancarella fatta di oggetti che selezionavo tra quelli che -secondo il mio punto di vista-non sarebbero più serviti a mia nonna. Libri, souvenir, gli oggetti delle famose bomboniere, tutto quello che trovavo qua e là. Dopo questo ricordo, rimango ancora lì e trovo le parole per continuare le mie ultime ore da scrivere qui sull’isola e ogni tanto, mi fermo davanti a quel pensiero che in questi giorni non mi hai mai abbandonata. Chissà dove sei e come stai.

Adesso è tardi. Devo raggiungere Nino. Lui è sempre lì, all’ombra di quel pino che porta su e giù la gente che ha scelto il Borgo. Bagagli in auto e via. Finestrino giù, una chiacchierata breve fino a destinazione. Ci salutiamo e come sempre il finale è “Grazie, alla prossima.”.

Uno sguardo a tutto porto. Lascio i miei bagagli sulla panchina dove siedono tutti quelli che come attendono l’aliscafo. Ma io non so stare ferma, seduta ancor peggio. Penso che se mi muovo, l’attesa dura poco e io, mi vivo ancora il tempo che resta qui. Fa caldo. Decido di entrare al bar -dove ieri, Ulisse ha preso in prestito calici e apribottiglie- per un caffè e un po’ d’acqua. È bellissimo quando gli isolani ti riconoscono dietro quel “Ciao” sincero che arriva sempre dritto. Quel ciao, della ragazza dietro al banco, un po’ paffuta con l’aria di chi è curiosa, che ti guarda perché vorrebbe sapere di più ma poi alla fine non lo fa. Allora le sorrido e poi aggiungo, “vacanza finita, si rientra a casa; tra poco prendo l’aliscafo”. Mi ritorna il suo sorriso compiaciuta per quelle mie parole, come a dire, “ecco ora so perché è qui.” Saluto tutti. Mi piace troppo salutare le persone. L’ho sempre saputo e qui l’ho capito ogni giorno. Salutare e, farsi riconoscere è bellissimo. Con i bagagli incustoditi ma certa che fossero al sicuro, lascio il mio cellulare scarico ai ragazzi del chiosco di fronte, certa che non mi avrebbero mai detto di no. Ecco un’altra cosa che ho capito sull’isola è che qualunque cosa tu chieda sarà sempre SI. Con le mani libere, mi avvicino alla banchina,mi siedo lì su una vecchia bitta di attracco. Fisso il mare. Come un incantesimo, non stacco i miei occhi da quel movimento che fa. Va, viene e si infrange di continuo, in un movimento eterno ed io resto lì a fissare un punto mentre ascolto immobile lo sciabordio di quell’acqua. Penso che è tutto sempre così sorprendente. Il viaggio non è la meta semplicemente, tutto quello che proviamo nel luogo che abbiamo scelto. Quest’isola mi ha dato così tanto, attimi, emozioni, persone, vuoti, consapevolezze, silenzi che per tutto questo le sono grata. Da qualsiasi punto tu la guardi lei ti sorride ed io, non posso far altro che ricambiare mentre a voce alta dico Grazie. Gli ultimi minuti prima che arrivi l’ aliscafo. Quanto sei bella? Se chiudo gli occhi ti rivedo ancora. Se chiudo gli occhi quest’isola ha il sapore di pane e olio, è come una granita al limone, un’ora d’amore, un abbraccio stretto.

Un bacio di tua madre.

Un attimo da ricordare.

Come questo, per sempre.

Un saluto al sole,

Ciao Favignana.

ECCOMI.

Alla continua ricerca di bellezza. Costante bisogno di perdermi dentro tutto quello che sa regalarmi il più breve attimo di felicità. Dalla parte delle emozioni, dei dettagli, di chi rincorre i propri sogni, della semplicità, dei cuori avidi e sinceri. Sempre, nero su bianco, ogni pensiero. Senza rimpianti, solo sentimenti – vivere senza trattenere il più piccolo slancio emotivo, incurante delle conseguenze- . Nonostante tutto, sempre io, che non so andare piano. Un blog come una finestra aperta sul mondo, il mio mondo. Un racconto come quel viaggio che ho fatto, come l’ emozione che mi ha attraversata, come la poesia che mi fiorisce dentro. Vedo cose, faccio foto, scrivo di tutto quello che vivo. Scrivere è piena libertà, perchè solo cosi riesco a dar voce al mio personalissimo modo di abbracciare la vita e, raccontarlo è l’ unico modo per portarvi ovunque io sia stata, ovunque io abbia sentito.